Tra respiro, ascolto e relazione: lo spazio in cui i bambini si rivelano
Ci sono bambini che entrano in una stanza e la riempiono con la loro energia.
Bambini che non riescono a stare fermi sulla sedia, che fanno mille domande, che sembrano sempre un passo avanti rispetto a ciò che accade intorno a loro.
E poi ci sono bambini che quasi non si fanno notare.
Quelli che osservano da lontano, che parlano poco, che arrossiscono facilmente, che sembrano voler scomparire quando gli occhi degli altri si posano su di loro.
Nel corso degli anni ho incontrato tanti bambini. Li ho incontrati come insegnante di yoga, come mamma, come catechista e durante le esperienze nei campi estivi.
Ogni incontro mi ha lasciato qualcosa. Ogni bambino, in modo diverso, mi ha insegnato a guardare oltre le apparenze.
La mia esperienza personale
Non scrivo queste parole perché penso di avere tutte le risposte.
Anzi.
Come mamma, prima di tutto, so bene quanto sia facile sentirsi in difficoltà. Ci sono giorni in cui riesco ad ascoltare davvero e altri in cui la stanchezza, le preoccupazioni o la fretta prendono il sopravvento. Anch’io ho sbagliato e continuo a sbagliare.
Forse è proprio per questo che mi ritrovo spesso a riflettere sui bambini che incontro al di fuori della mia famiglia. Con loro riesco ad avere uno sguardo più distaccato, meno coinvolto emotivamente, e questo mi permette a volte di cogliere sfumature che, come genitore, faccio più fatica a vedere.
Non ho verità da insegnare. Ho però tante domande, ed esperienza vissuta e il desiderio di continuare a osservare ogni bambino con curiosità e rispetto, ricordandomi che dietro ogni comportamento c’è sempre qualcosa che merita di essere ascoltato.
Molti di questi bambini vengono definiti “difficili”. Alcuni hanno una diagnosi di ADHD o rientrano nello spettro autistico. Altri semplicemente non corrispondono a ciò che gli adulti si aspettano da loro.
Ma ogni volta che sento pronunciare questa parola, “difficile”, qualcosa dentro di me si ferma.
Perché io non vedo bambini difficili.
Vedo bambini che stanno cercando il loro posto nel mondo.
Vedo bambini che chiedono di essere visti.
Il bambino che interrompe continuamente forse non sta cercando di disturbare. Forse ha paura che il suo pensiero scappi via prima di riuscire a esprimerlo.
Il bambino che corre ovunque forse non è maleducato. Forse dentro di sé sente un’energia che non sa ancora come gestire.
La bambina che vuole aiutare tutti, che si prende cura di ogni compagno e che mette sempre i bisogni degli altri davanti ai propri, forse sta cercando conferme attraverso il suo essere indispensabile. Quante volte incontriamo piccole/i “crocerossine/i” che sembrano caricarsi sulle spalle il peso di tutti?
Il bambino che vuole essere sempre il primo, sempre protagonista, forse sta chiedendo una cosa molto semplice: “Guardami. Dimmi che vado bene così come sono.” i bambini che si vestono in modo stravagante direi originale e quelli che per fare gruppo si atteggiano e sono la copia degli altri, forse cercano il loro spazio, forse cercano inclusione.
E poi ci sono quelli che si nascondono.
Quelli che sembrano invisibili.
I bambini silenziosi, timidi, fragili.
Spesso gli adulti si preoccupano di più di chi fa rumore, ma anche il silenzio racconta bisogni profondi.
A volte dietro quel silenzio ci sono emozioni che non hanno ancora trovato parole.
Anche la ricerca ci invita sempre più a guardare oltre le etichette. Bambini con ADHD, Asperger o altre forme di neurodiversità possiedono spesso grandi risorse: creatività, intuizione, sensibilità, capacità di osservazione, entusiasmo e modi originali di pensare. Qualità che meritano di essere riconosciute e valorizzate.
Lo yoga mi ha insegnato che ogni persona porta dentro di sé una natura unica.
Non esistono bambini da aggiustare.
Esistono bambini da comprendere e da accompagnare.
Quando lavoro con un gruppo di bambini non mi interessa che siano perfetti. Non mi interessa che stiano immobili o che eseguano ogni proposta senza esitazione.
Mi interessa che si sentano accolti.
Mi interessa che possano fare esperienza di uno spazio in cui non devono dimostrare nulla e che possano incuriosirsi e mettersi alla prova ed interagire tra loro.
Uno spazio in cui possono respirare.
Ascoltarsi.
Sbagliare.
Riprovare.
Essere semplicemente se stessi.
Nello yoga non cerchiamo la prestazione. Cerchiamo la presenza.

E forse è proprio questo che molti bambini ci chiedono: una presenza autentica. Qualcuno che non si fermi al comportamento, ma che provi a vedere la persona che c’è dietro.
Perché spesso ciò di cui hanno bisogno non è essere corretti continuamente.
Hanno bisogno di relazione e di spiegazioni.
Di ascolto.
Di adulti che sappiano fermarsi un momento prima di giudicare.
Di qualcuno che dica loro, anche senza parole: “Ti vedo. Ti ascolto. Sei importante.”
Ogni bambino ha bisogno di confini e di regole, certamente e talvolta di essere contenuto o invitato alla riflessione. Ma ha bisogno anche di sentirsi accolto quando sbaglia, perché è proprio in quel momento che costruisce la fiducia in se stesso.
Quando un bambino si sente visto davvero, qualcosa cambia.
Le difese si abbassano.
La tensione si scioglie.
E lentamente emerge la sua parte più autentica.
Forse mi sbaglio qualche volta nelle mie interpretazioni. Forse non sempre riesco a vedere ciò che un bambino sta cercando di comunicare. Ma credo che il semplice tentativo di fermarsi ad ascoltare, invece di giudicare immediatamente, possa già fare una grande differenza.
È un esercizio che provo a fare ogni giorno, come insegnante, come educatrice e soprattutto come mamma.
Forse i bambini che definiamo difficili, stravaganti,bizzarri o strani sono, in realtà, bambini che ci stanno insegnando qualcosa,bambini e adolescenti brillanti, speciali, ricchi .
Ci stanno insegnando a rallentare.
Ad ascoltare.
A guardare oltre le apparenze, a metterci in discussione.
A ricordarci che ogni essere umano cresce con tempi diversi e che ogni anima ha il diritto di essere accolta nella propria unicità.
E forse il dono più grande che possiamo fare loro è proprio questo: smettere di chiedere chi dovrebbero essere e iniziare a vedere chi sono davvero.

“E allora mi chiedo, e vi chiedo: siamo pronti a restare in ascolto e a osservare i colori dell’anima di un bambino?»
Se questo articolo ti ha ispirato e ha suscitato in te riflessioni come genitore, educatore o professionista, ti invito a lasciare un commento: sarà un piacere confrontarci e riflettere insieme su un argomento delicato e speciale.
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Con gratitudine 🪷 Chantal

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